sabato 12 maggio 2012
venerdì 11 maggio 2012
giovedì 10 maggio 2012
Essere vaghi ci rende più evoluti
Corriere della Sera
La lettura
Domenica 29 aprile 2012
La lettura
Domenica 29 aprile 2012
Biologia, diritto, web: l’imprecisione aiuta la creatività Lascia aperte le porte della conoscenza e dà motivazioni
«I confini della ricerca scientifica sono quasi sempre immersi nella nebbia». Lo scriveva Francis Crick nella sua autobiografia. La frase può sorprendere chi pensa alla scienza come al regno dell’esattezza e della precisione. Associare le idee di «confini» e «nebbia» crea una delle situazioni più vaghe che possiamo immaginare. Dove tracciamo il confine di un banco di nebbia? In quale punto inizia e in quale finisce? Ma con la vaghezza bisogna fare i conti, gli scienziati lo sanno. Se lo stesso Crick e James Watson avessero dato una definizione precisa di gene, molto probabilmente la biologia molecolare non avrebbe fatto i progressi che ha fatto grazie alla loro scoperta — ancora oggi la comunità scientifica non è concorde sulla definizione di «gene». Allo stesso modo, se il giovane Charles Darwin avesse avuto ben chiari i confini della nozione di «specie», la sua teoria dell’evoluzione non avrebbe visto la luce.
«La scienza non si fonda su basi bianche o nere. Bisogna imparare a ragionare secondo gradazioni di grigio» è la tesi dell’esperto di vaghezza Kees van Deemter, autore di Not Exactly: In Praise of Vagueness (pubblicato due anni fa da Oxford University Press, in uscita in queste settimane in una nuova edizione ebook e paperback). «Se guardiamo a molti concetti scientifici con la lente di ingrandimento ci imbattiamo nella vaghezza», scrive van Deemter proprio a proposto dell’idea di «specie». I biologi continuano a cercare confini netti per le distinzioni tra specie, senza raggiungere un accordo. Secondo la definizione in uso due animali appartengono alla stessa specie se è possibile ibridarli, se possono generare prole fertile. Ma questa definizione contempla casi borderline. Si prenda la Salamandra Ensatina. Questo anfibio tipico della California ha sei sottospecie. La sottospecie A si ibrida con la B, la B con la C, ma alla fine della catena la A non si ibrida con la F. Nonostante casi indefiniti come questo, la nozione viene comunque usata dalla comunità scientifica.
Ma con la vaghezza abbiamo a che fare tutti nella vita quotidiana. Alto, basso, magro, grasso, calvo, obeso, povero. Ci serviamo di continuo di predicati come questi. «Descrivere il mondo in termini discreti è un’utile finzione. La logica classica è discreta, impone dicotomie», sostiene van Deemter. Mentre per definire con precisione la vaghezza è necessario occuparsi dei casi borderline. È uno dei punti di partenza di Vaghezza: Confini, cumuli, paradossi, saggio appena pubblicato da Laterza di Sebastiano Moruzzi, ricercatore del dipartimento di Discipline della comunicazione dell’Università di Bologna. Il libro di Moruzzi è un’introduzione alle teorie filosofiche della vaghezza. È un aspetto del linguaggio? Della nostra conoscenza della realtà? O della realtà stessa? Per risolvere questi rompicapo è necessario servirsi delle cosiddette logiche non classiche. Fuzzy logic e teorie supervalutazioniste, ovvero linguaggi che si servono di più valori di verità, quando «vero» e «falso» non bastano. «La vaghezza ci impone innanzitutto unamodestia epistemica su noi stessi comportando una professione di ignoranza su quale sia la portata effettiva delle nostre capacità cognitive», scrive Moruzzi.
Forse questo è il modo per liberarsi di quella che Richard Dawkins definisce «tirannia della mente discontinua», ovvero il pensiero secondo categorie discrete, per avvicinarsi a quell’idea di continuum metafisico su cui torna così spesso David Foster Wallace nell’intervista pubblicata in Come diventare se stessi. Certo, difendere la vaghezza può essere difficile in un’epoca che chiede informazioni precise. Essere vaghi risulta come essere poco chiari, elusivi, sfuggenti. Pigri, addirittura. «Eppure alle volte l’esattezza è pericolosa, limita le possibilità, tarpa l’immaginazione. Vaghezza vuol dire tenere la porta aperta, ricordarsi che non conosciamo la risposta, che possiamo ancora fare meglio, che possiamo ancora fallire», scrive Jonah Lehrer autore di Imagine: how creativity works (Houghton Mifflin Harcourt, 2012). Nell’impresa si sono cimentati anche due studiosi delle università dello Utah e di Stanford, Himanshu Mishra e Baba Shiv, in una ricerca pubblicata nei mesi scorsi dalla rivista «Psychological science». Lo studio mostra i benefici a livello cognitivo dell’inarticolato e del vago, illustrando i problemi provocati dall’eccesso di precisione. Supponiamo che vogliate fare una dieta, decidete di perdere 5 chili. Dopo qualche giorno vi pesate: avete perso solo 4 chili. «Rappresenta un progresso, ma siete delusi. Sarete demotivati e abbandonerete la dieta», scrivono Mishra e Shiv. Il problema sta nell’esattezza della scala, che rende impossibile ignorare gli insuccessi. «Se l’informazione fosse più vaga, potremmo dare un’interpretazione più generosa dei dati», scrivono gli studiosi. I benefici motivazionali erano sottolineati anche da uno studio di Catherine Clement della Easter Kentucky University: per aumentare la nostra capacita di risolvere problemi complessi è meglio usare verbi generici.
In ambito giuridico considerazioni sulla stessa linea si trovano nell’Oxford Handbook of Language and Law, di prossima uscita. Ralf Poscher, autore di uno dei saggi raccolti, arriva alla conclusione che «la vaghezza non è un pericolo per il diritto. Il vantaggio maggiore è nella riduzione dei costi di decisione». Se le conclusioni di psicologi e giuristi lasciano perplessi, si può tornare alla nostra vita quotidiana online e alla riflessione dell’informatico van Deemter: «Stiamo andando verso il web semantico, in cui le rappresentazioni formali sono simboliche. La sfida è rappresentare cose vaghe o gradabili, concetti come una casa “per tutte le tasche” o monumenti “antichi”». I rischi arrivano quando ci si sposta nel discorso politico: «Lì ci possono essere manipolazioni e si sfocia nell’ambiguità». E i confini tra sana vaghezza e pericolosa ambiguità non sono così netti.
domenica 6 maggio 2012
Qual è la tua Itaca?
“Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero
costante.
Soprattutto non affrettare il viaggio
fa che duri a lungo,
per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori
accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca”
(Kostantin Kavafis)
mercoledì 2 maggio 2012
Il libro in borsa.
"Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.
Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.
Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.
Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.
E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore.
Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.
Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.
Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.
Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre vi guardate su Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi (ma anche Andrea ed Irene andrà bene...) e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.
Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.
O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive.
(Rosemarie Urquico)
Iscriviti a:
Post (Atom)






