lunedì 26 marzo 2012




Oggi mi fermo  e vi regalo un sorriso.
Oggi questo mondo frettoloso non mi avrà.

Niente ci appartiene. Solo il tempo è nostro. (Seneca)

26 marzo. Giornata Mondiale della Lentezza.


   
 


sabato 24 marzo 2012

Un metro cuadrado donde todo pueda ser




 

Donde poderse perder, donde nada haya que hacer
Sin leyes ni presidentes,
Donde todo pueda ser
1m2 para sentirse bien

1m2, un hombre o una mujer
1m2 para dejarse querer

Estaré aquí sentado
Esperando por si acaso
Apareces por sorpresa y te sientas a mi lado
1m2 para sentirse bien

Estaré aquí sentado
Esperando por si acaso
Se te gira la cabeza
Y se te ocurre aparecer
1m2 para sentirse bien

1m2 donde me guste vivir
1m2, solo o bien acompañado
1m2 para ser libre
1m2 para estar enamorado
de ti

Hay un sitio para ti,
Para estar cerca de mí
Para volver a quererte,
Para hacerte sonreír,
1m2 para ti y para mí
Hay un sitio para ti,
Para estar cerca de mí,
100 cm por lado
para hacerte muy feliz,
1m2 para ti y para mí

1m2, no me muevo por si acaso


(Jarabe de Palo)


 

  

giovedì 22 marzo 2012

  

  

Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.

 
Alda Merini
21 marzo 1931 - 1 novembre 2009
Buon compleanno, poetessa.


  

venerdì 16 marzo 2012

Sono storie di incontri due.


  

Era mattino.
E lei era in un letto che non era il suo. Era successo per l’ennesima volta.
Il suo ultimo ricordo nitido risaliva a quel mojito con abbondante zucchero di canna. Il quinto, forse anche il sesto.
Certo, lui era uno di quelli belli davvero. Non aveva avuto il tempo di scoprire se fosse anche bello nell’anima, ma quegli occhi parlavano da sé, e forse sarebbero comunque bastati. Ad ogni modo non avrebbe importato, era solo un corpo, che aveva sfiorato, che non era stato suo. Faceva fatica a ricordare cosa significava sentire un corpo proprio, sentirsi toccare nelle pareti dello stomaco.
Di certo non era stato così la sera precedente.
Il tempo di uno sguardo fuori dalla finestra, di raccogliere voracemente le proprie cose, ed era già sugli scalini che la sera prima sembravano molti meno.
Fuori c’era il sole.
E aveva lasciato il suo libro all’interno di quella casa, pazienza. Quel libro che stava leggendo ieri sera al pub non le piaceva poi così tanto.
Era successo di nuovo.
E non si ricordava nemmeno più quando aveva iniziato.
Aveva il suo fascino questo gioco, incontri e scontri che nemmeno hanno il tempo di un ricordo.
Anche lei era molto bella, e lo sapeva.
Qualche ricordo lontano affiorò. Forse aveva iniziato lì.
Improvvisamente il rumore della nostalgia, talmente silenzioso da divenire assordante, non per le orecchie, ma per l’anima.
Il ricordo di quelle prime rughe ai lati degli occhi. Ancora una volta, blu. Quante volte li aveva cercati e ci si era persa. Quanti altri ancora ne aveva visti come quelli.
Non aveva chiesto ipoteche. Né su quegli occhi, né su nient’altro.
Era stato intenso, un vortice. Caldo come un fuoco. Poi ci si scotta, doveva saperlo.
Eppure.
Ora si trovava lì, non stava nemmeno scappando, stava respirando.
Il rumore dei gabbiani, il mare davanti. Quel porto che era casa sua. Aveva camminato e ci era arrivata senza deciderlo. Era un po’ come un rifugio, correva lì fin da bambina a guardare le navi quando litigava con sua madre. Prima o poi avrebbe preso una nave, qualsiasi, e sarebbe salpata. La meta non importava, anche un merci, con tutti quei ruvidi marinai. Ci aveva pensato a diventare uno di loro, ma suo fratello maggiore glielo aveva impedito, troppo pericoloso per una ragazzina tutta sogni e noncuranza.
Sapeva che quando avrebbe deciso, non sarebbe più tornata.
Forse c’era ancora tempo.
Respirò.
E per la prima volta dopo molto tempo riuscì a sentire l’aria che entrava nei polmoni.
C’era ancora spazio. Per qualcos’altro. Anche se gli spilli si sentivano tutti.
E non avrebbe smesso di giocare, non ancora.
Non avrebbe smesso neppure di farsi travolgere, talvolta, da quella nostalgia. Almeno fino a quando non si fosse svegliata la mattina con un pensiero diverso da quel mare.
Non era ancora tempo.


  

Sono storie di incontri uno.

 

“Pensi a lei?” gli domandò Stella spegnendo la sigaretta.
“Sì”.
Guardava Stella come si guarda un oggetto. Un bell’oggetto. Stella era una bella puttana. Il suo corpo madido brillava. Non era ancora stata consumata dagli uomini, dall’alcool e dalla droga. Gli aveva detto di avere vent’anni.


Adesso sentiva distintamente i rumori della città. Irrompevano dalla finestra aperta della camera. Colpi di clacson. Stridori di freni. Sirene della polizia. Voci. Batter d’ali di piccioni, a volte. Lo stesso rumore, in tutti i porti del mondo, che ti invade dopo esser stato a letto con una sconosciuta che non rivedrai mai più. Il rumore della nostalgia A ricordarti che non sei di lì, che sei uno straniero di passaggio.
Un marinaio perduto.
Stella si era girata verso di lui.
“Pensare non serve a niente” disse. “Siamo qui e il resto del mondo non esiste. Non credi?”
“Tu ci credi?”
“Dimenticare” gli aveva detto, “non credo sia necessario nella vita. Non credo si possa del resto”.
“Che consiglio mi dai, allora?”
“Non ho consigli da darti. Né destini da predire”.
“Allora ti pago per niente?”
“Se si paga non è mai per niente”.
Come con Stella.


Non aveva neppure aspettato che Stella si svegliasse. Forse non dormiva. Non importava. L’aveva pagata. L’aveva ascoltata. L’aveva scopata. Non le doveva niente. Nemmeno un arrivederci.
Si era rivestito in silenzio. Aveva guadato un’ultima volta il suo corpo. come si guarda un morto prima di chiudere la bara. Così. Chiudeva il coperchio sulla sua vita passata. Lasciava accanto a Stella, nelle pieghe delle lenzuola ancora umide del suo sudore, la sua vecchia pelle, il suo cadavere.

Adesso poteva succedergli di tutto, non aveva più nessuna importanza. Scese per cours Julien fino alla Caneibière. “Non bisogna disperare” gli aveva detto Diouf. “L’avvenire è un mondo che contiene tutto”.


Poi, l’essenziale è cavarsela senza danni.



Jean-Claude Izzo, Marinai Perduti




   

giovedì 15 marzo 2012


Anche la scritta del tatuaggio era sorprendente. Una cosa è un legionario tra le due guerre, 
ubriaco di disprezzo e di letteratura, che va in cerca di avventure con un fucile e alcuni 
versi di Apollinaire. Ma ciò non può accadere in quest'ultimo terzo di secolo. 
La gente, pensò Carvalho, ha scoperto di essere capace di fare soltanto ciò che riesce a fare.
 Nessuno si inventa la propria vita come se inventasse un romanzo. (cit.)
 

  


martedì 13 marzo 2012

Dove dormono i gabbiani?

 


Il senso non ti abbandona, che sia il quarto o il sesto. Nemmeno i crampi. Quelli ai piedi perché nuoti con i piedi sbagliati, quelli al cuore. Non ho voluto ascoltare fino in fondo chi mi insegnava di principi ed idealismi, non era tempo per idealismi ed ortodossie. Era tempo di (in)seguire il vento. Ma poi ci sbatti. Addosso ai tuoi stessi principi e capisci che in verità non se ne sono mai andati. Siamo sempre lì, una giostra che gira a 40 nodi. Perdersi e ritrovarsi. Il principio sta all’intelletto come il sogno sta al cuore. Sono coppie. Come il re e la regina. Di quadri e di cuori. Un po’ come le anime. Perché, vedete, è una storia di anime, mi è stato insegnato. Che si incontrano perché alcune  sono fatte per trovarsi. Mi è stato insegnato e, vedete, c’è da fidarsi davvero questa volta. E non ci sarebbe nient’altro da aggiungere. Scappiamo dai sogni perché fanno paura, scappiamo dalla realtà perché bastona. Un cane che si morde la coda, insomma. Ma dove andiamo? Inseguiamo, zigzaghiamo, confondiamo. Chi con cosa non lo sappiamo con certezza. Riempirsi la vita fa sempre il suo bell’effetto. Ma poi, eccoli lì che ti aspettano come l’alba. Come le ciliegie a primavera. Come chiamarli? Sogni, fantasie, idee? Io imparo a chiamarla anima. I piccoli traguardi sono i ruscelli di questa vita, bisogna scorrerci dentro. Cedere alla corrente e farsi travolgere dall’acqua gelata. Poi arrivate al mare. Sempre. Riuscite a ricordarvi i bambini che eravate? Io faccio fatica. Fate uno sforzo, cazzo. Quei bambini stanno urlando, loro sanno che il sogno non va perso. Ma voi lo avete dimenticato e non riuscite a ricordarvi come. Quando lo avete dimenticato? Quell’anima va accudita e amata, un po’ come una donna. Ascoltata, ammirata, amata. È un laboratorio. È una promessa. Mantengo gli obbiettivi. Il primo raggiunto. Nel secondo c’è solo da fidarsi. Come suonava il terzo? “Buon proposito tre, quello a lungo termine: ri-montarsi”. Mantengo le promesse. Continuo a camminare la mia strada di ghiaia. Centodieci desiderosi e anime incontrate. Appunto e proseguo. Mi s-doppio e s-triplo. Tutto riesce. Non è un’autostrada, vuoi mettere il paesaggio? C’è il tempo per fermarsi e chiedere al sole come sta. Se è stanco o continuerà a sorgere. C’è il tempo per chiedere alla luna dove dormono i gabbiani. Dove dormono i sogni.

Tra vent'anni non sarete delusi delle cose che avrete fatto. Ma da quelle che non avrete fatto. 
Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele, esplorate, sognate, scoprite.
- Mark Twain